MENU

Storia di un ritratto (o più) – 3 (edizione olimpica)

Queste storiche Olimpiadi si sono appena concluse, eppure lasciano dentro di noi delle emozioni che non se ne vanno così velocemente. 

Per me, infatti è sempre qualcosa di forte vedere persone che ho avuto modo di conoscere e fotografare prendere parte a quell’evento. 

Oggi vi voglio presentare appunto alcuni ritratti che nel tempo ho realizzato ad alcuni judoka che hanno partecipato a Tokyo 2020.

Il primo è Saeid Mollaei, medaglia d’ argento negli 81kg, la cui storia finì sulle testate di tutto il mondo nel 2019. 

Appena fresco del titolo mondiale conquistato l’anno precedente, ai campionati del mondo di Tokyo, nel corso della gara, Mollaei ricevette delle telefonate da parte del governo iraniano che lo intimavano a perdere l’incontro successivo per non affrontare conseguentemente un atleta israeliano. Se Saeid non avesse obbedito, ci sarebbero state ripercussioni anche sulla sua famiglia e i suoi cari. Tra l’incudine e il martello, il judoka iraniano obbedì in quell’occasione, salvo poi scappare e ricevere asilo in Germania e accettare la proposta della Mongolia di combattere sotto la loro nazionalità per poter continuare a vivere di quella che era sempre stata la sua passione: il judo. Saeid non è ancora potuto tornare in Iran da quell’occasione, ma sicuramente l’argento di Tokyo rispecchia in qualche modo il suo riscatto per tutti i suoi sacrifici.

Ma oltre a Mollaei ci sono i ritratti di tanti protagonisti che hanno calcato direttamente il tatami di Tokyo: ognuno con la propria storia, ognuno con le proprie esperienze, con i propri sogni. Qui ne vedrete alcuni e quello che vi voglio dire oggi è soltanto una cosa: quando vi capiterà di incontrare un atleta, qualunque disciplina esso pratichi, prendetevi un attimo di tempo e parlateci. Chiedetegli dei suoi sogni, della sua passione, della sua storia e allora sì che un vero e proprio mondo si aprirà di fronte a voi. 

E un’ultima menzione la voglio fare a chi segue questi ragazzi, a chi si siede sulla sedia fuori dal tatami e gioisce e soffre con loro: i coach.
Ad esempio, c’è Fabian Marian, allenatore del Sankaku Celje che vanta nella sua carriera il bronzo nel 2004 e l’oro nel 2012 di Urska Zolnir nei 63kg, l’oro nel 2016 e l’argento di quest’anno di Tina Trstenjak, il bronzo nel 2008 di Lucia Polavder e il bronzo nel 2016 di Ana Mari Velesnek. Marian è una vera e propria istituzione nel mondo de judo. E per farvi capire che tipo di personaggio sia, vi basti sapere che alle Olimpiadi di Rio, durante la gara della Velesnek che aveva subito poche settimane prima un infortunio al ginocchio, le promise che in caso di buon esito della gara si sarebbe recato a piedi al Santuario di Breze partendo da Celje. Inutile dire che le sue non sono state solamente parole e, al rientro in Slovenia, percorse quei 116km per mantenere quella promessa. 

E possiamo capire come anche per un allenatore, in fondo, quello che arde dentro l’anima sia un misto di sogni e passione, che coltivano con affetto con i loro atleti.

Prendere parte ad un’Olimpiade è il sogno di tutti gli atleti. È forse la più grande soddisfazione che un atleta possa raggiungere.
C’è un’aria magica in questa competizione, dove tutto il mondo si concentra in un unico luogo, dove i sogni di tutti si accomunano. E, al di là della medaglia, l’importante è esserci, essere lì. 

La prossima volta che incontrerete qualcuno che vive di sport osservate i suoi occhi e potrete scorgere quella scintilla che vi brilla dentro, proprio come brilla la torcia olimpica.

CLOSE
×